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Santo Graal

Misteri

La leggenda del Graal ha un inizio storico ben definito e un inizio mistico che si perde nella notte dei tempi.

 Non si conosce esattamente la sua natura:

 forse è una pietra, forse è un libro, forse un contenitore; è certo che permette di abbeverarsi come è accaduto per l'Ultima Cena , ma vi si può anche versare qualcosa come si pensa sia stato versato il sangue di Cristo crocefisso .

Può guarire le ferite, dona una vita lunghissima, garantisce l'abbondanza, trasmette e garantisce la conoscenza, ma è anche dotato di poteri terribili e devastanti.

La tradizione sull'esistenza di un oggetto con questi poteri è antichissima e diffusa in una vasta zona dell'Asia, del Nord Africa e dell'Europa.

In qualche modo ignoto Gesù ne è entrato in possesso. Le varie leggende a proposito del Graal  concordano nel conferirgli un'origine   ultraterrena. Basandosi su questi capisaldi, molti commentatori hanno dedotto la vera natura del Graal.

 Nell'interpretazione più realistica è una favolosa invenzione letteraria stimolata da miti antecedenti, attecchita su un terreno particolarmente fertile e arricchita di nuovi particolari da successive generazioni di autori; in quella più materialistica è semplicemente la coppa dell'Ultima Cena, preziosissimo oggetto d'antiquariato.

"

... il simbolo degli eventi dell'epoca primitiva percepiti dalla sensibilità dell'animo ..."; quando, nel 1913, progettò l'edificio chiamato

Gotheanum

, il filosofo tedesco intese realizzare un nuovo "Castello del Graal".

Per Adolf Hitler è uno strumento magico con cui ottenere il potere assoluto; per gli autori di romanzi di fantascienza e per i fautori dell'ipotesi extraterrestre è un'apparecchiatura proveniente dallo spazio, o qualcosa che ha a che vedere con i terribili poteri della fusione nucleare. E, per i giornalisti Michael Baigent, Richard Leigh e Henry Lincoln è ancora un'altra cosa..

(vedi ricerche Tedesche)

Una leggenda narra che i Templari, in fuga dal re di Francia, sarebbero salpati nel 1307 verso la Scozia.

Avrebbero stretto amicizia col principe Henry St. Clair avrebbero aiutato a costruire cappella Rossilyn, che contiene centinaia di simboli relativi ai templari e al Santo Graal.

Poi, sarebbero partiti verso l'America, per creare una nuova Gerusalemme fuori dalla portata pontificia.

In Nova Scotia.,a Oak Island, avrebbero scavato il pozzo sul fondo del quale sarebbe custodito il mitico tesoro che avevano accumulato, compreso il Graal. Ma a Oak Island non è stato mai trovato.

 

Ma tutto il ciclo del Graal Arturiano ha inizio col romanzo medievale incompiuto di Chrétien de Troyes, Perceval o il racconto del Graal, composto tra il 1175 e il 1190 circa.

Il Graal viene appena citato e descritto sommariamente, ma tanto basta per scatenare una ricerca che dura da otto secoli.

Il padre e i suoi fratelli sono morti in battaglia,

e per tenere in vita l’unico figlio rimastole, la madre decide di tenerlo lontano

dal mestiere delle armi. Lo alleva in una landa isolata e impone ai suoi servitori

di non parlare al ragazzo della cavalleria.

Un giorno passano da lì dei cavalieri e Perceval decide di abbandonare la madre

che muore di crepacuore e di diventare cavaliere.

All’inizio del viaggio Perceval è poco più di un ragazzo digiuno del mondo

e delle buone maniere e non solo del mestiere delle armi.

Vive varie avventure e trova un cavaliere, che gli insegna come comportarsi in società,

tra l’altro gli dice di non parlare molto.

A questo punto ha ricevuto l’iniziazione di cavaliere.

Prosegue nel suo viaggio e raggiunge il castello del Graal.

Il castello è abitato dal Re Pescatore che ferito ad una gamba

ha come unico diletto quello di pescare. Il Re lo ospita.

 Durante il pasto serale assiste ad una strana processione

e qui viene citato per prima volta il termine Graal.

 Un valletto passa nella sala con in mano una lancia sanguinante

seguito da due valletti con dei candelabri a dieci braccia e da una fanciulla con un "graal".

 Il corteo si dirige in un’altra stanza dove si trova il padre del Re Pescatore.

All’ingresso del corteo la sala viene inondata di luce.

 La processione si ripete ad ogni portata. Il giovane ricordandosi dell’insegnamento non domanda a chi viene servito il Graal e questo è il suo errore.

Facendo la domanda il Re sarebbe guarito e con lui sarebbe ritornato

a fiorire anche il suo regno. Risvegliandosi Perceval trova il maniero deserto e riparte.

Nel racconto non viene spiegato cosa sia esattamente il Graal.

Si capisce che è un contenitore perché viene servito a qualcuno.

Viene descritto come preziosismo, ma nulla più.

Il romanzo ha uno strano andamento. Perceval ritorna alla corte di re Artù,

 e da qui riparte per altre avventure che non vengono descritte,

mentre vengono descritte quelle di un altro cavaliere: Galvano.

In pratica il romanzo è quasi diviso in due, da una parte le avventure di Perceval

e dall’altra quelle di Galvano. Il romanzo è incompiuto quindi l’impianto

 potrebbe essere più complesso. A un certo punto delle vicissitudini di Galvano

 l’autore ritorna a Perceval. Lo ritroviamo mentre incontra una processione

del Venerdì Santo. Si dice che ha vissuto mille avventure

che ci rimangono oscure, ma stando lontano da Dio.

La processione gli ricorda i suoi doveri religiosi e si rifugia da un eremita,

e qui fa penitenza. Riceve una seconda e definitiva iniziazione.

L’eremita che scopriamo essere un suo zio materno

spiega che il Graal viene servito al padre del Re Pescatore e che contiene un’ostia,

 Questo il racconto del Graal di Chrétien.

Un’opera incompiuta divisa in due parti quasi slegate o per lo meno apparentemente slegate. Da questo momento nasce la leggenda del Graal.

Si può affermare che il vero mistero del Graal è come un termine citato

un paio di volte in un romanzo incompiuto abbia potuto scatenare

una ricerca da parte degli uomini che dura da secoli. (Riassunto)

Le leggende arturiane, cariche di significato esoterico, hanno un " prologo "in ltalia, a Otranto o intorno alla figura di San Galgano.

         Vediamo ora la similitudine tra Galvano e Galgano,

              

Ma chi era questo San Galgano?

        Riportiamo un antico documento sulla vita del santo:

 

Dal Codice conservato nella biblioteca Chigiana del Vaticano

Incomincia la leggenda di San Galgano confessore:

 

"Galgano per natione fu di Toschana, del contado della città di Siena, d'un castello che si chiama Chiuslino lo cui padre ebbe nome Guidotto e la sua madre Deonigia, nato di nobile parentado e di generatione,ma di virtù e sanctità più nobile. Lo quale Galgano fu huomo feroce e lascivo a mmodo che sono e' giovani, implicato nelle cose mondane e terrene. Ma le revelationi di misser santo Micchele arcangelo profetaro ch'elli doveva essere cavalieri di Dio: perciò che cui la dispensatione divina vuole salvare, non é tanto peccatore né involto ne le cose carnali e terrene che lo possino tenere che a Dio non torni.

 Onde, essendo Galgano in questo stato che detto é, cioé innanzi la sua conversione a Dio, sì gli apparbe santo Micchele arcangelo in visione, lo quale affettuosamente addomandava a sua madre che lo dovesse vestire e addornare d'abito di cavaliere; la cui madre a le preghiere dell'angelo acconsentiva, ed elli, essendo così addornato da la sua madre di vestimenta di cavaliere, con efforzati passi seguitava l'arcangelo così come la visione li mostrava.

 E desto e isvegliato che fu dal sonno, la detta rivelatione e visione incontamente l'ebbe manifestata a la sua madre, la quale con ineffabile allegrezza, ripiena di molta letitia, tacitamente quello che la visione significasse considerava. E in questo modo parlò al suo figliuolo, e dixe: "Figliuol mio, buona é la tua visione e ammirabile, e perciò non dubitare che grande allegrezza significherà, con ciò sia cosa che io sia vedova, e tu sia orfano rimaso dopo la morte del tuo padre. Onde sappi che noi saremo raccomandati a la custodia e guardia del beato santo Micchele a ccui lo tuo padre, quando viveva, spetiale e singulare reverentia e devotione aveva sopra tutti gli altri santi".

 Passati che furono alquanti anni, pensando Galgano nell'animo suo che fine avarebbe la detta visione e revelatione, lo detto arcangelo anco si apparbe in visione a Galgano e dixeli: "Seguitami". Allora Galgano, con esmisurata allegrezza e gaudio levandosi, e desiderando a la detta cavalleria pervenire che ll'arcangelo gli aveva promesso in visione, e con grandissima devotione le pedate e le vestigie sue seguitava insino a un fiume, sopra el quale era un ponte el quale era molto longo e senza grandissima fadigha non si poteva passare, sotto lo qual ponte, siccome la visione li mostrava, si era uno mulino lo quale continuamente si rotava e si volleva, lo quale significava le cose terrene le quali sono in perpetua fluxione e movimento e senza nessuna stabilità e in tutto labili e transitorie. E, passando oltre, pervenne in uno bellissimo e dilettevole prato, lo quale era pieno di fiori, del quale esciva smisurato odore e gratioso. Poi, escendo di questo prato, parveli di entrare sottoterra e venire in Monte Siepi, nel qual monte trovava dodici appostoli in una casa ritonda, li quali recavano uno libro aperto, e che elli lo leggesse ne la qual parte del libro era questa sentenza: Quoniam non cognovi licteraturam, introibo in potentias Domini, Domine memorabur iustitiae tuae solius. Essendo in questa chasa ritonda cogli occhi in cielo, vidde una immagine speciosa e bellisima nell'aire. Unde dimandò che fusse quella immagine, e gli apostoli risposero e dixero: "Quella immagine si è quelli che fu ed era, e che die venire a ggiudicare el mondo, Idio e Huomo". Udito che ebbe Galgano queste parole, meravigliandosi tra sé medesimo de la visione, si svegliò e subbitamente narrò a la madre sua le sopra detta visione, e con esmisurato gemito e pianto di letitia pregò la madre sua ch'ella insieme co llui andasse al luogo de la detta visione, andasse cioè a quello Moonte Siepi, e menasse maestri di pietra e di legname, li quali ine facessero una casa ritonda, come quella che lli mostrò l'arcangelo, a onore de la maestà divina e de' dodici appostoli. Allora rispose la madre, e dixe: "Figliuol mio carissimo, el tempo è ora fuore di stagione, però che è di verno, ed è el freddo grandissimo, ed è la fame grande, e el luogo è agresto, e quasi di non potervi andare ora; ma tosto verrà tempo abile, sicché al tuo desiderio e volere ti potrà satisfare". 

E di po' questo, andando Galgano a un castello che si chiama Civitella, el cavallo andando per la via si trattenne, e stette fermo; e speronando Galgano el cavallo con ammenduni gli speroni, e non volendo el cavallo mutarsi né andare più oltre, tornò adietro ad un castello de la Pieve di Luriano, lo quale v'era presso, e ine si albergò. L'altro dì, tornando al detto luogo e passo per andare al detto castello di Civitella, lo detto cavallo in quello medesimo luogo anco si rattenne, e, speronandolo cogli speroni e non potendolo far mutare, si posò la retine sopra lo collo del cavallo, e pregò Idio devotissimamente in queste parole, e dixe: "Creatore altissimo, principio di tutti e' principii, e che facesti lo mondo di quattro elementi, et che lo mondo, per li peccati degli uomini corrotto, per diluvio sì sanasti e purificasti, e che passare facesti lo tuo popolo e seme d'Abram lo Mare Rosso a ppiedi secchi, e che, nel tempo de la plenitudine de la gratia, del seno del tuo Padre nel ventre de la Vergine Maria descendesti vestito de la nostra humanitade, e lo patibolo de la croce, li chiovi, e sputi, e fragellato e humiliato per ricomprarci sostenesti, e lo terzo dì resuscitando da morte a coloro che tti credettero apparisti, e che lo quadragesimo dì in cielo salisti, per cui comandamento e volontà tutte le cose procedono; drizzami ne le tue semite e ne la tua vita e nell'opere de' tuoi comandamenti, acciò che, al tuo servigio devotissimamente stando, lo promesso habito di cavaliere meriti d"acquistare, lo quale ne la visione mi mostrasti; e menami, Signor mio, ne la via de la pace e de la salute, siccome menasti lo tuo servo e profeta nel lago de' leoni, lo quale portasse lo cibo da mangiare a Daniello".

 Finita che fu l'oratione, incontenente senza che altri lo guidasse, e senza che Galgano co li speroni lo pognesse, el cavallo senza endugio si pervenne in Monte Siepi, del quale con grandissima allegrezza si discese da cavallo in quello luogo, dove in visione li dodici appostoli aveva veduti, e, non potendo fare una croce di legname, si prese la spada ch'egli aveva a llato e in luogo di croce su la dura pietra la ficcò, la quale insino al dì d'oggi così è ne la pietra fitta. Poi acconciò il suo mantello a mmodo di veste manacile, e, fatto uno forame nel mezzo a mmodo di schappulare, sel vestì. Di po' questo, diliberando nell'animo di ritornare a ccasa per distribuire a' poveri quello che questo misaro mondo gli aveva dato, la prima volta, e la seconda, e la terza, udì dal cielo questa boce che diceva così: "Galgano, Galgano, sta' fermo, perciò che in questo luogo gli tuoi dì finirai. Non si vuole al principio corrare colui che combatte, ma a la fine".

 Unde Galgano, udito ch'ebbe questa boce, si stette fermo e lassò ogni pensiero di volere dispensare lo suo patrimonio. Et essendo in luogo salvatico, che non v'aveva cosa neuna da mangiare, si discendeva a ppiè del monte e ine sostentava lo corpo suo d'erbe selvatiche, che si chiamano crescioni. Et essendo una notte fra due valli a ppiei di questo monte appiattato fra due carpini, udì lo demonio venire contra di lui, lo quale si ingenia di ingannare ogni huomo che vuol servire Dio. Galgano, come costante e fermo, si uscì contra lo demonio per combattere co llui. Allora, vedendo lo demonio la costantia sua, sì percosse in quel luogo una trave di fuoco, et con grande stridore confuso se n'andò.

 Unde di lì a ppochi dì si propose nell'animo suo di andare ad visitare la basilica degli appostoli, cioè a rRoma, per la visione ch'egli ebbe di loro: et partendo da Monte Siepi pervenne a rRoma, e infinite basiliche di santi sì visitò. Et facendo a rRoma alcuna dimoranza, si vennero alquanti pieni d'invidia al luogo dove la sua spada era fitta, et ine con marroni e altri ferri sì si engegnavano sconficcarla di terra, e con molta fadiga, come a Dio piacque, non potendola sconficcare, sì la ruppeno; et volendola portare co lloro, e non potendo, sì la lassaro così rotta in terra e andavansene. Et andandosene per tornare alle lor case, per divino giudicio ne furono così puniti: e, partiti che furono, e ll'uno cadde in uno fiumicello d'acqua e annegò, e all'altro vene una saetta da ccielo e uciselo, poi venne uno lupo e aventossi addosso all'altro e preselo per lo braccio; e raccomandandosi al biato Galgano, incontanente el lupo fuggì, e non morì.

 Galgano, tornando da rRoma, e trovando la spada rotta, incominciò ad avere grandissimo dolore, e dixe: "Forse perciò permisse Idio che la mi fosse rotta, perch'io lassai el luogo che l'angelo m'aveva mostrato". Sicché, volendo Idio la sua tristizia consolare, una volta e due e tre sì gli apparbe in visione, e mostrogli che dovesse porre la spada rotta in sul pezzo ch'era rimasto fitto ne la pietra, et che la spada starebbe più ferma che innanzi. Allora Galgano così fece, tolse la spada e congionse l'un pezzo con l'altro. La spada fu incontenente risalda, ed é stata così salda insino al dì d'oggi. Dipo' questo, Galgano si fece una cella a mmodo di romito, ne la quale el dì e la nocte vacava in digiuni, e orationi, e meditazioni, e contemplationi, sempre macerando così lo suo corpo. Questa cella era di  legname fatta, ritonda a mmodo di quella che oggi è fatta di pietra, come l'angelo gli aveva mostrato in visione. Galgano contemplava in questa cella, avendo sempre la mente a le cose celestiali, spogliandosi d'ogni atto e cogitatione terrena. Lo suo cibo era d'erbe selvatiche, d'altro non rechedeva lo suo corpo. Contemplava la fragilità di questo mondo, come gli onori e la gloria mondana sono cose fuggitive e caduche e come è breve lo tenpo che ci aviamo a vivere. Et contemplava la vita etterna com'ella è inestimabile e perpetua senza fine. Et vegghiando una notte, e stando in oratione, subito vidde la cella illuminata di tanto splendore che parbe che per mille forami uno razo di sole e di luce risplendesse come fuoco, et entrasse nella cella dov'elli era. Et di questa luce uscì una boce chiara che dixe: "Galgano mio, te' quello che seminasti". Unde, al suono di questa boce stupefatto, e ricordandosi che lo dì del Signore cioè la notte come ladro viene, incontenente, levate le mani al cielo e le ginocchia poste in terra, con boce piena di lagrime dixe così: "Tu, Signore, che tucte le cose sai, a ccui niuno secreto è nascosto, lo quale facesti lo ladrone ch'era su la croce crucifixo partecipe di vita etterna, et che tutti gli huomini del ventre de le madri loro innudi li fai nasciare e innudi li ricevi, e che ogni persona fai ritornare ne la sua propria materia, cioè in cennere, come di cennere e di terra li creasti tu, Signor mio, ricevi me escendo de le miserie et de le cattività di questo mondo, e pericoli, et menami nel porto de la tua tranquillità, e pace, sicché cogli eletti tuoi e nel consortio de' giusti io meriti d'essere gloriato ed exaltato".

 Fatta ch'ebbe questa oratione, l'anima sua si partì dal corpo, e meritò di pervenire a la patria celestiale de' santi di vita eterna.   Visse el beato Galgano in questa heremitica vita et conversione uno anno meno due dì et fu sepolto con grande honore e reverentia ne la detta sua cella, ove poi si fece una chiesa ritonda come l'angelo gli aveva mostrato in visione, ne la quale continuamente gli miracoli sono multiplicati. A laude e gloria del nostro Signore Gesù Cristo, lo quale regna col suo Padre in secula seculorum. Amen."

Questa Vita di Galgano é tratta da un codice quattrocentesco conservato nel fondo chigiano della Biblioteca Apostolica Vaticana nel quale sono contenute una serie di vite di santi.

Secondo le tradizioni quindi , Galgano Guidotti, fondatore di un ordine monastico di tipo francescano - era stato cavaliere di ventura e non aveva condotto un vita proprio esemplare.

Dopo la sua morte, avvenuta nel 1181 - che coincide, peraltro, con la nascita di San Francesco - ,(

e anche questo e’ un fatto piuttosto curioso gia’ che il santo di Assisi ebbe numerosi contatti con la figura di Federico II

) ,attorno a Montesiepi ed al luogo ove egli aveva infisso in una roccia la sua spada di ex cavaliere convertito al saio, iniziarono a svolgersi eventi ed episodi mai del tutto chiariti, a cominciare dalla costruzione della stessa chiesetta circolare che custodisce, , un frammento di roccia con la spada del santo ancora conficcata in una fessura. Questa chiesetta è, a pianta circolare e gia’ questo e’ molto strano, infatti questo tipo di pianta ricorda la pianta di templi pagani e nn solo.Infatti molto probabilmente il luogo era gia’ sacro in precedenza e cmq legato a culti e tradizioni celtiche,del resto deve ricordarsi che il più antico nome di Montesiepi era Cerboli, che rimanda al Cervo, animale totemico tipicamente celtico, emblematizzato addirittura in una delle principali divinità, Cernumno. Inoltre in un sito vicinissimo a Montesiepi v'è il paesino di Brenna, il quale, oltre il richiamo a Brenno (re celto-gallico) e a Bran (eroe fondatore celtico),

La frettolosa beatificazione del santo, poi, ha tutta l'aria di un "coperchio" messo su un movimento ed un personaggio che le gerarchie dell'epoca dovevano avvertire essere in odore di eresia.. .. Anche Dante Alighieri menziona Re Artù nel De Vulgari Eloquentia (

Arturis regis ambages pulcerrimae, "le bellissime avventure di re Artù"

), e, nell'episodio di Paolo e Francesca dell'Inferno, riprende la sequenza del primo bacio tra Lancillotto e Ginevra, uniti dai buoni uffici di Lady Galehaut (Galeotto).La menzione Dantesca nn ci sembra affatto casuale del resto Dante era affiliato alla setta dei "Seguaci d’Amore" e ,anche se non in maniera molto precisa conosceva la funzione degli artu’ individuando in Virgilio uno di questi sacerdoti e come noi sappiamo,non aveva sbagliato.

Un'altra Teoria circa il Graal è La Lin

ea di sangue

Una della possibili etimologie di "Graal" comprende l'attributo "San": "San Graal" sarebbe l'errata trascrizione di "Sang Real", ovvero "Sangue Reale". Il sangue è, evidentemente, quello di Cristo contenuto nella coppa, ma per altri commentatori il termine sangue designa una dinastia (per Dion Fortune quella dei sacerdoti di Atlantide). La stirpe di cui i ricercatori Baigent, Leigh e Lincoln hanno scoperto l'esistenza dopo un'appassionata ricerca è quella di Gesù. Salvatosi dalla crocifissione, il Redentore avrebbe generato dei figli, da cui sarebbe nata la dinastia francese dei Merovingi. L'ipotesi, descritta in

The holy blood and the holy Grail

il mistero del Graal

, 1982) non si ferma qui. Certe misteriose carte rinvenute nel 1892 dal parroco Berenger Saunière nell'altare della chiesa di Rennes-Le-Chateau sarebbero state il punto di partenza per il ritrovamento di altri documenti i quali proverebbero che, lungi dall'essersi estinti nel 751, i Merovingi (e quindi gli eredi diretti di Cristo) sono ancora tra noi, accuratamente protetti da un'antica società iniziatica denominata

"Priorato di Sion", il cui scopo è ripristinare la monarchia al momento opportuno. Come i "superiori sconosciuti" di Agharti, i membri del Priorato - di cui sono stati Gran Maestri, tra gli altri, Nicolas Flamel, Leonardo da Vinci, Ferrante Gonzaga, Robert Fludd, Victor Hugo, Claude Debussy, Jean Cocteau – Q

uesti sono solo alcuni dei Nomi famosi....

Ora dopo questa breve introduzione sul mito arturiano vediamo come la figura di Re Artu’e del Graal si trovi spesso anche in italia, Alfredo Castelli, nell’ "enciclopedia del mistero" presenta la seguente composizione

Lo Re Artù k'avemo perduto
Cavalieri siamo di Bretagna
ke vegnamo de la montagna
ke l'omo appella Mongibello.
Assai vi semo stati ad ostello
per apparare ed invenire
la veritade di nostro sire
lo Re Artù, k'avemo perduto
e non sapemo ke sia venuto.
Or ne torniamo in nostra terra
ne lo reame d'Inghilterra

La poesia,e’ di un autore duecentesco noto come Gatto Lupesco,un nome piuttosto pittoresco che ricordera’ da vicino altre simbologie in italia , legate al mitico rex.

    

 E se fosse in Italia ?

Testimonianze di carattere architettonico si riscontrano

nel Duomo di Modena, sul portale della Cattedrale di Bari e nel mosaico pavimentale della Cattedrale di Otranto.

In particolare facciamo un accenno alla cattedrale di Otranto.

Il

pezzo forte di tal basilica e’ il mosaico, esso rappresenta l’albero della vita che descrive le vicende umane, per la maggior parte sono vicende bibliche, da Adamo ed Eva a Noe’…si parte dall’alto fino a scendere verso il basso,ove vi e’ la storia della citta’ di Otranto. La spiritualita’ del mosaico di otranto e’ di tipo orientale, e’ Dio che scende verso gli uomini e non gli uomini che salgono verso dio.

Sempre nel mosaico troviamo la Scacchiera, simbolo poi adottato dai Templari, essa rappresenta l’ordine cosmico, l’eterna lotta del bene e del male, che non ha mai fine .Anche la scacchiera ha un significato esoterico, il re rappresenta il sole, il principio creatore limitato, la regina (la Donna) rappresenta la Terra, si puo’ spostare in ogni direzione, la torre rappresenta saturno il suo movimento e’ il quadrato, l’alfiere e’ giove il trigono, mentre il cavallo indica il cavaliere che deve effettuare il salto per potersi purificare mentre il pedone e’ l’uomo.Ma nn divaghiamo, e arriviamo a re Artu’. Infatti nel mosaico rex Artu’ e’ rappresentato in groppa ad una pecora con un gatto (leopardo), che appunto ricorda il nome di "gatto lupesco" che cerca di assalirlo.Potrebbe essere il ricordo della morte di un "artu’" in italia?Nei nostri studi nell’italia misteriosa abbiamo trovato una tomba

 di un artu’, in particolare essa e’ situata a Roma, ma questa e’ un’altra storia….torniamo al mosaico… A guardar questa scena vi e’ , forse Parcival ,il cui aspetto e’ particolare, sta in piedi, dritto, bello, si eleva sopra artu’ e abele, quasi simbolo di chi e’ degno del cielo. Potrebbe esser proprio Parcival che, dopo il recupero del graal, "sembra raddrizzarsi e riluce di una bellezza sovrumana".

Genova: la cattedrale di San Lorenzo

Nel 1095 i genovesi, alla prima crociata, occupando Antiochia e Cesarea, 1101: si rinviene un piatto di vetro verde di circa 40 centimetri di diametro databile al I sec. D.C. I crociati ritenevano che il contenitore fosse ricavato da uno smeraldo e che si trattasse di un dono della regina di Saba a Salomone.
Nel XIII secolo l'arcivescovo Jacopo da Varagine scrisse che "si raccontava [...] che in quel piatto Cristo avesse mangiato durante l'Ultima Cena. [...]
Che questo sia vero non possiamo saperlo [...], ma non possiamo però passare sotto silenzio il fatto che, in certi libri degli inglesi, si dice che quando Nicodemo tolse il corpo di Cristo dalla croce, egli raccolse il suo sangue in una stoviglia di smeraldo."
Fu portato in Italia da Guglielmo Embriaco come trofeo delle Crociate. 
La Tradizione lo identificava con il Santo Graal, il quale - secondo una leggenda - venne intagliato in un verde smeraldo

 Sorge su di un'altura isolata delle Murge pugliesi nel comune di Andria (Bari), è un monumento tra i più solenni e grandiosi del medioevo, fatto costruire da Federico II dal 1240 al 1250, con una originalissima, e secondo molti simbolica, planimetria ottagonale con otto torri angolari, anch'esse ottagonali. I Cavalieri Teutonici - fondati nel 1190 - erano in contatto sia con i mistici Sufi - una setta islamica che adorava il Dio delle tre religioni, Ebraica, Islamica e Cristiana - sia con l'illuminato Imperatore Federico II Hohenstaufen, a sua volta seguace di quella dottrina. Tramite i Cavalieri Teutonici, i Sufi avrebbero affidato il Graal all'Imperatore, affinché lo preservasse dalle distruzioni scatenate dalle Crociate. In tal caso, il Graal si troverebbe proprio a Castel del Monte, che, secondo tale interpretazione, sarebbe stato edificato apposta per custodirlo.

. Wolfram sembra fornire un appoggio anche a questa tesi: nel suo

Parzifal

aveva infatti evidenziato il legame tra le religioni cristiana, ebraica e islamica.

Importato forse dai pellegrini che si spostavano per l'Europa durante il medioevo o forse dai Savoia insieme alla Sacra Sindone,

il Graal sarebbe giunto nel capoluogo piemontese; le statue del sagrato del tempio della Gran Madre di Dio, sulle rive del Po, indicano, a chi è in grado di comprenderne la complessa simbologia, il nascondiglio della Coppa.

Bari.

 Nel 1087 un gruppo di mercanti portò a Bari dalla Turchia le spoglie di San Nicola e in loro onore venne edificata una basilica. In realtà, la traslazione del Santo era solo la copertura di un ritrovamento ben più importante, quello del Graal. I mercanti erano in realtà cavalieri in missione segreta per conto di Papa Gregorio VII. Il Pontefice era al corrente del potere del Calice, ma non intendeva pubblicizzare la sua ricerca, né l'eventuale ritrovamento, in quanto esso era un oggetto pagano o comunque il simbolo di una religione ancor più universale di quella cattolica. Gli premeva di recuperarlo da Sarraz, in quanto temeva che la sua presenza sul suolo turco avrebbe aiutato i Saraceni nella loro espansione ai danni dell'Impero Bizantino e avrebbe nuociuto al programmato intervento di forze cristiane in Terra Santa a difesa dei pellegrini. Non è dato di sapere dove si trovasse la coppa e chi comandò la spedizione.
La scelta di custodire il Graal a Bari anziché a Roma fu determinata da due motivi: da lì si sarebbero imbarcati i cavalieri per la Terra Santa (la prima crociata fu bandita sei anni dopo il ritrovamento) e il Graal avrebbe riversato su di loro i suoi benefici effetti; in più la sua presenza avrebbe protetto Roberto il Guiscardo, Re normanno di Puglie, principale alleato del Papa nella lotta contro Enrico IV. A ricordo dell'avvenimento, sul portale della cattedrale, si trova l'immagine di Re Artù e un'indicazione stilizzata del nascondiglio.

; la tomba di San Nicola continua ad emanare un liquido chiamato

manna

che, oltre ad essere altamente nutritivo, come il Graal guarisce da ogni male

 Il castello di Gisors,

Oggi in rovina, si trova nel centro della Francia settentrionale, sull'Epte. I Cavalieri Templari avevano stretto rapporti con la Setta degli Assassini, un gruppo iniziatico ismailita che adorava una misteriosa divinità chiamata Bafometto.Per alcuni il Bafometto altro non era che il Graal; prima di essere sgominati, gli Assassini lo avevano affidato ai Templari, che lo avevano portato in Francia verso la metà del XII secolo. Se le cose fossero davvero andate così, ora il Graal si troverebbe tra i leggendari tesori dei Templari (mai rinvenuti) in qualche sotterraneo o in una stanza segreta del castello di Gisors.

Una tesi vuole che il calice sia stato portato a Roma da San Pietro. Durante le persecuzioni San Lorenzo lo avrebbe inviato a Juesca (Spagna), per proteggerlo: dopo vari spostamenti, nel 1437 arrivò a Valencia. Qui, presso la Capilla del Santo Càliz, ancora oggi si venera una coppa di cornalina e pietre preziose, ritenuta dai fedeli il vero Santo Graal.

Valencia

A Valencia è conservato quello che per secoli è stato ritenuto il calice usato da Gesù nel corso dell'Ultima. La base della coppa reca su un lato un'iscrizione araba, che è stata interpretata in modi molto differenti: "larga piana", "rosso incarnato", "per colui che splende", "per colui che dà luce" "gloria a Maria", "gloria al Figlio di Maria", "il Misericordioso" (appellativo tipico di Allah). Il calice è costituito da tre parti:
1) una base, costituita da una tazza capovolta in cornalina (varietà di calcedonio, di colore rosso);
2) uno stelo d'oro, decorato con pietre preziose e perle (databile tra il XII e il XIV secolo);
3) una coppa - la parte più antica del calice - in cornalina.
Chiari indizi indicano che nei primi secoli i vari papi celebrarono la Messa nello stesso calice usato da Cristo durante l'Ultima Cena. L'imperatore Valeriano iniziò a perseguitare i cristiani, e Papa Sisto II, uno dei primi martiri, prima di morire affidò il calice al diacono Lorenzo che - subito dopo aver mandato il calice a Huesca (Spagna), sua città natale - fra il 258 e il 261 a sua volta fu martirizzato.
La coppa restò a Huesca fino al 713, quando la Spagna fu invasa dai Musulmani, e il vescovo di Huesca si rifugiò con i beni che era riuscito a salvare (tra cui il Santo Calice), sulla cima del monte Pano, su cui viveva l'eremita Juan de Atarés; qui fu fondato il monastero di San Juan de la Peña; e da qui nacque un gruppo di uomini che intrapresero la dura lotta per la riconquista contro i Musulmani.
Alla fine del XIV sec. Il Re d'Aragona don Martín el Humano mandò a San Juan de la Peña degli emissari influenti per ottenere il Vaso del'Ultima Cena. Il documento della donazione (il 26 settembre 1399) è tuttora conservato a Barcellona e riporta che il Calice fu mandato da Roma con una lettera da San Lorenzo.

Il castello di Montségur.

Dopo che il culto di Zoroastro venne soppresso, alcune delle sue dottrine furono ereditate dai Manichei e, in seguito, dai Catari o Albigesi; questi ultimi erano giunti in Europa dal Medio Oriente, passando per la Turchia e i Balcani, e si erano stabiliti in Francia nel XII secolo. Nel 1244, dopo una lunga persecuzione da parte del Papato e dei francesi, furono sterminati nella loro fortezza di Montségur; nei pressi di Lavelanet, nella Francia meridionale.Fatto curioso se non proprio bizzarro e che i Catari misero in salvo il loro Oro e gioielli prima dell'assedio,ma stranamente durante l'assedio chiesero una tregua,nella quale secondo storici ,alcuni di loro ,Due o Tre sfidarono lo strapiombo calandosi con corde per oltre 100 metri ,per mettere in salvo il "tesoro"...solo due o tre bastavano per salvare il tesoro? e che tesoro poteva essere da indurre un intero popolo ad attendere la Morte per salvare un ogetto o una persona così importante ? Se avessero portato con loro il Graal durante le loro peregrinazioni, ora esso potrebbe trovarsi insieme al resto del loro tesoro in qualche impenetrabile nascondiglio del castello.

Glastonbury.

Il nobile Giuseppe d'Arimatea, già membro del Sinedrio e discepolo di Gesù, nonché proprietario del Santo Sepolcro, nel 63 d.C. avrebbe lasciato via mare la Terra Santa per raggiungere uno stretto estuario a est dell'Inghilterra, fino a Glastonbury Tor, l'isola di vetro. Secondo la tradizione popolare, Giuseppe avrebbe recato con sé una coppa contenente il sangue di Gesù Cristo, il Sacro Graal. In Inghilterra il Graal sarebbe restato a lungo. In un anno imprecisato del primo millennio i monaci di Glastonbury annunciarono la scoperta di due ampolle che sarebbero state sepolte con Giuseppe d'Arimatea e già menzionate in precedenza in alcuni scritti del 540. Le ampolle sono raffigurate nelle vetrate colorate della chiesa di St. John a Glastonbury, nella chiesa di Langport in Somerset e sulla parete divisoria fra la navata e il coro a Plymtree nel Devon.

Le ricerche dei nazisti°°°°

Anche un archeologo nazista, Otto Rahn, era convinto che i Templari avessero riportato il Graal in Francia, ma per consegnarlo ai càtari, eretici perseguitati dalla Chiesa. Rahn riuscì a convincere Heinrich Himmler,comandante delle SS appassionato di occultismo, a finanziarne le ricerche. Secondo Rahn il Graal era nel castello di Momségur, ultima roccaforte dei càtari: ma dopo molti scavi se ne andò a mani vuote.


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